Danni provocati da cause non parassitarie

Ferite

Vari sono i fattori in grado di provocare ferite nelle piante arboree, oltre al gelo, alla grandine ed agli animali (insetti, uccelli, roditori), anche l’uomo può essere causa di danno con lavori colturali mal eseguiti o con potature inadatte in seguito alle quali i rami possono spezzarsi sotto il peso della neve o di una produzione particolarmente abbondante. Gli stessi tagli di potatura, anche se effettuati correttamente, sono da considerarsi delle ferite e devono quindi essere eseguiti con cura e, se ampi, trattati con delle sostanze disinfettanti e ricoperti con mastice. Le ferite sono pericolose per la perdita di tessuti ma, soprattutto, per la possibilità di penetrazione che offrono ai microorganismi ed ai funghi patogeni. La pianta reagisce con l’emissione di gomma o del cosiddetto callo di ferita, costituito da ammassi di cellule grandi con parete sottile e forma irregolare. Se la ferita interessa i vasi si può avere la formaziond di tille, estroflessioni delle cellule parenchimatiche adiacenti ai vasi stessi, che si insinuano in questi, otturandoli.

Eccesso e difetto d’acqua

Un ristagno d’acqua, se potratto nel tempo può creare nel terreno condizioni sfavorevoli allo sviluppo delle piante in quanto si determina un’insufficiente ossigenazione delle cellule radicali, che un pò alla volta muoiono. Questo provoca una riduzione dell’assorbimento degli elementi nutritivi, che causa, conseguentemente, un indebolimento generale della pianta. Un eccesso di umidità nel suolo ha anche altri effetti negativi, fra cui riduzione delle attività microbiologiche favorevoli (ammonizzazione, nitrificazione, umificazione), aumento degli attacchi parassitari e dello sviluppo delle erbe infestanti, danneggiamento della struttura del terreno. Sulle piante in vegetazione l’asfissia radicale si manifesta inizialmente con il disseccamento di foglie e fiori, disseccamento che inizia dai margini e si estende poi a tutto l’organo. Le varie essenze arboree hanno una diversa resistenza agli eccessi idrici; tra le specie più sensibili ci sono il pesco e l’albicocco, fra quelle più resistenti, il  cotogno, che viene spesso usato come portainnesto per il pero, e la vite. Il risanamento di un suolo troppo umido si può ottenere solo con un opportuno drenaggio. Per quanto si riferisce al difetto d’acqua, le piante arboree, grazie alle loro radici che si estendono in profondità nel terreno, resistono bene alla siccità, purchè questa non duri troppo a lungo. Se questo si verifica si avrà, tra gli altri effetti, la cascola di una parte dei frutti e l’irregolare maturazione di quelli rimasti sui rami.

Temperature troppo alte e troppo basse

La vite ed i fruttiferi resistono bene alle alte ed alle basse temperature se queste sopraggiungono gradatamente, mentre temono gli sbalzi termici improvvisi, come, ad esempio, i ritorni di freddo che si verificano spesso a fine inverno. Quando la temperatura si alza troppo e contemporaneamente scarseggia l’acqua, si ha il disseccamento degli apici vegetativi perchè in queste condizioni le foglie traspirano più acqua di quella che le radici riescono ad assorbire. Un eccesso termico può causare anche ustioni ai frutti ed ai germogli con formazione di vie di penetrazione per varie crittogame, fra cui quelle che determinano il marciume dei frutti e la degenerazione del legno. La presenza di goccioline d’acqua sulle foglie può agire come una lente e, colpita dai raggi del sole, provocare piccole ustioni nei tessuti vegetali; per questo motivo è utile evitare le irrorazioni sulle piante durante le ore più soleggiate. Per comprendere i danni dovuti alle basse temperature è necessario chiarire il meccanismo della resistenza delle piante al freddo. Com’è noto, l’acqua gela a 0°C, ma se in essa è presente un soluto qualsiasi il punto di congelamento si abbassa. La linfa è una soluzione acquosa di varie sostanza e, proprio per la presenza di queste, congela a temperatura inferiore a quella dell’acqua pura. Dalla natura e dalla concentrazione delle sostanze costituenti la linfa deriva la maggiore o minore resistenza al freddo delle piante. Naturalmente la corteccia, le barriere suberose e le perule che avvolgono le gemme contribuiscono a proteggere dalle basse temperature i tessuti vegetali. Per azione del freddo l’acqua esce dalle cellule attraverso le membrane e si concentra negli spazi intercellulari, dove gela. Questo fenomeno permette alle cellule di resistere meglio al freddo perchè la linfa entro di esse rimane più concentrata. Al disgelo l’acqua ritorna a diluire il citoplasma cellulare e tutto si riporta allo stato normale. Le cose si svolgono nel modo descritto se l’aumento della temperatura è graduale; se il rialzo termico è invece rapido ed improvviso l’acqua non riesce a rientrare nelle cellule e queste muoiono poichè non possono sopportare, non essendo più in fase di riposo, l’elevata concentrazione dei loro succhi. Spesso quando il gelo giunge improvviso, la rapida formazione dei cristalli di ghiaccio può provocare la lacerazione delle membrane e, di conseguenza, la morte delle cellule. Poichè le piante sono più resistenti al freddo quando sono in riposo, che quando sono in attività, le gelate più pericolose sono quelle tardive. Tipici danni da freddo sono le screpolature e le spaccature interessanti la corteccia, le cipollature (distacchi fra i cerchi legnosi periferici), la produzione di gomme e resine. Fra i fruttiferi il pesco è la pianta più sensibile al freddo, mentre il ciliegio ed il melo sono fra le più resistenti; delle differenze esistono poi anche fra le singole varietà delle diverse specie. Fra i metodi diretti di lotta ed i fornelli. Le prime, ottenute con candelotti o con altro materiale combustibile, ostacolano la dispersione per irraggiamento del calore, i secondi creano, invece delle correnti di aria calda che limitano l’abbassamento della temperatura. Attualmente la difesa delle gelate viene effettuata tramite l’irrigazione antigelo:
l’acqua erogata continuamente ed uniformemente sulle piante si trasforma in ghiaccio mantenendo gli organi vegetali a 0°C, temperatura alla quale non si hanno generalmente danni. Perchè questa tecnica abbia successo è necessario proseguire l’irrigazione fino a quando la temperatura non sia risalita sopra i valori pericolosi in quanto lo sviluppo del calore avviene solo finchè vi è a disposizione acqua che possa gelare.

Difetti della struttura e della costituzione del suolo

Se il terreno è troppo acido o troppo alcalino e se non contiene sufficienti quantità di elementi nutritivi, le piante non si sviluppano bene e non producono adeguatamente. In questi casi il rimedio consiste nella correzzione dei terreni acidi con calce e di quelli alcalini con gesso, oltre che nella somministrazione di concimazioni equilibrate. Danni alle piante sono determinati dalla carenza, non solo dei macroelementi, quali azoto, fosforo e potassio, ma anche degli oligoelementi, indispensabili, in quantità a volte anche molto ridotte, per un buon sviluppo del vegetale. Anche i difetti strutturali del terreno (scioltezza o compattezza eccessive) possono influenzare negativamente la crescita delle piante. Particolarmente sensibili al riguardo sono i terreni compatti ed umidi dove, non essendoci una buona circolazione dell’aria, sono frequenti i fenomini di afissia radicale. In questi casi è necessario ricorrere al drenaggio del terreno, combinato con accurate lavorazioni ed adeguati apporti di sostanza organica.

Daniele

Daniele Castiello vive nel parco nazionale del Cilento ad Ascea , appassionato di erbe e della natura e dei sistemi biologici, ama le passeggiate in bicicletta tra la natura.

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