Quello che si deve sapere sul terreno agrario

Se si sezionano con una vanga un terreno, si possono osservare tre zone distinte per diversità di colore e di componenti:

a) Uno strato superficiale scuro dello spessore di 20-30 cm, ricco di sostanza organica, frequentato da microrganismi di piccoli animali ed interessato da processi fermentativi. Esso si definisce strato attivo: è in questo spazio che le radici esplorano il terreno alla ricerca delle sostanze minerali indispensabili alla vita delle piante;

b) Uno strato inerte, appena sotto allo strato attivo e facilmente distinguibile per il colore più chiaro, povero di sostanza organica e interessato solo da qualche radice. Di per sé sterile, lo strato inerte può venir messo a coltura con una lavorazione profonda che lo riporti in superficie onde esporlo ai fenomeni di ossidazione, alle concimazioni, alle lavorazioni, all’opera della microfauna, finchè si caricherà di fertilità assumendo il caratteristico colore scuro tipico dello strato attivo.

c) Il sottosuolo, cioè il terzo e più profondo strato del terreno agrario, non interessa direttamente le nostre colture in quanto non viene mai toccato, nè con lavorazioni ordinarie, nè con lavorazioni straordinarie. Allo strato attivo ed allo strato inerte dedicheremo le nostre maggiori attenzioni, lavorandoli in modo tale da offrire alle radici delle nostre piante uno spazio propizio al loro sviluppo.

Una moderna tecnica di lavorazione del terreno: il letto profondo

Ho or ora affermato che due sono gli strati del suolo interessanti per l’orticoltore: lo strato attivo, dove le radici traggono il nutrimento per la pianta, e lo strato inerte, momentaneamente inutilizzato, ma riportato in superficie ogni tanto per sostituire lo strato attivo troppo sfruttato. Quindi solo lo strato attivo viene regolarmente, vangato, innaffiato, concimato, diserbato, cioè curato: lo strato inerte giace sottostante in attesa di un rimescolamento che avviene a seconda dell’opinione dell’orticoltore. Una moderna tecnica di coltivazione prevede una serie di lavorazioni che consentono di giungere fino allo stato inerte, offrendo in tal modo alle radici uno spazio maggiore da esplorare. I vantaggi della tecnica sono evidenti: sviluppo delle piante in profondità e minore in estensione, con sfruttamento intensivo dei piccoli orti. A questo vantaggio di base se ne aggiungono altri: il risparmio di ulteriori vangature cicliche, un maggior sviluppo delle colture da radice, un terreno più ricco di sostanza organica e di processi che concorrono alla fertilità. Il letto profondo si attua lavorando l’orto a sezioni. Dopo averlo dissodato con una vangatura a normale profondità, si rimuove lo strato inerte con l’aiuto di una forca in maniera da renderlo soffice consentendo in tal modo la penetrazione delle radici, dell’aria e dell’acqua. Un orto lavorato con questa tecnica può fornire produzioni triple rispetto ad un orto normale, conservando per più anni la sofficità.

Di alcuni tipi di terreno. Varie strutture fisiche

Se confrontiamo tra loro dei terreni scelti a caso, osserveremo delle differenze che li rendono più o meno adatti ad ospitare le varie colture. Volendo schematizzare queste differenze, distingueremo tre tipi caratteristici di terreni:

Terreni sabbiosi: trattengono poco l’acqua, si lavorano con fecilità, ma non mantengono la forma che diamo con le lavorazioni;

Terreni argillosi: soggetti ai ristagni d’acqua, si fanno lavorare con difficoltà, mantengono la forma data con le lavorazioni;

Terreni sassosi: lasciano filtrare bene l’acqua, ma offrono alle piante particelle troppo grosse per essere sfruttate dalle radici.

Il terreno ideale alla maggior parte delle colture è il terreno di medio impasto. Un terreno dove sabbia, argilla e scheletro siano presenti contemporaneamente in giuste proporzioni. Il terreno di medio impasto si lavora con facilità, mantiene la forma ricevuta, lascia filtrare l’acqua, trattenendone la quantità necessaria alla vita delle colture. Se il terreno del nostro orto non è tale, toccherà a noi ammendarlo con l’aggiunta di terra di struttura opposta con frequenti lavorazioni e concimazioni di natura organica.

Il Ph, ovvero la reazione chimica del terreno

Di un terreno, oltre alla struttura fisica, è importante conoscere la reazione chimica, detta pure Ph. Il Ph dipende dalla quantità di ioni OH o di atomi H che in esso sono presenti. Se prevalgono gli ioni OH (ossigeno-idrogeno) un terreno si dice a reazione alcalina. Al contrario, la prevalenza dell’H (idrogeno) rende acido un terreno.

 

La reazione chimica ideale

Ogni ortaggio ha particolari esigenze di Ph, che oscillano generalmente tra valori compresi tra il Ph 6 ed il Ph 7,2. Per sapere con precisione la reazione del terreno ricorreremo agli apparecchi citati, ma se dovessimo attenerci ad una valutazione empirica ricordiamo che i terreni ricchi di sabbia tendono all’acidità, mentre quelli argillosi e calcarei all’alcalinità. Si rimedia ad una acidità eccessiva aggiungendo calce al terreno, al contrario si diminuisce un’esuberante alcalinità con gesso oppure zolfo  e concimazioni letamiche.

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Daniele

Daniele Castiello vive nel parco nazionale del Cilento ad Ascea , appassionato di erbe e della natura e dei sistemi biologici, ama le passeggiate in bicicletta tra la natura.

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